Paradise Peppino

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Lo scoglio di Peppino è uno scoglio nonché meta turistica che si trova nel comune di Muravera nella località turistica di Costa Rei ( in Sardegna ) ed ogni anno meta di numerosi turisti per la grandezza e bellezza che essa possiede. delimita il confine di spiaggia tra i comuni di Muravera e Castiadas.

Andarci anche in primavera è uno spettacolo. Le colline hanno ancora il verde intenso e fanno un bel contrasto con il mare celeste e la bassa marea che caratterizza questo paradiso. Paradise Peppino!

Note

La paura del sapere

Italo Calvino

Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti

di Italo Calvino*

C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere.
Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.

Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.

In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.

Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.

* da Repubblica, 15 marzo 1980 e in “Romanzi e racconti, volume terzo, Racconti e apologhi sparsi”, Meridiani, Mondadori

Nota biografica – Italo Calvino nasce a Santiago de Las Vegas (Cuba) nel 1923 e si trasferisce con la famiglia nel 1925 a San Remo. Si unisce ai partigiani durante la II Guerra Mondiale e, in questo contesto, nasce la sua prima opera “I sentieri dei nidi di ragno” (1947). Successivamente diventa un attivista del Pci, una militanza politica proseguita fino al 1956. Considerato uno dei più interessanti autori contemporanei, negli anni Settanta comincia a collaborare come editorialista al “Corriere della sera” prima e “la Repubblica” poi. Muore a Castiglione della Pescaia nel 1985. Tra le sue opere, la trilogia dei Nostri Antenati “Il cavaliere inesistente”, “Il barone rampante”, “Il visconte dimezzato”, “Marcovaldo”, “Le cosmicomiche”, “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, fino al saggio “Lezioni americane” uscito postumo nel 1989.

Vota il tuo Presidente della Repubblica

la_repubblica_italianaFervono i preparativi per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, il Parlamento sarà convocato in seduta comune il 18 aprile.

Vota il tuo preferito tra quelli proposti o indica la tua preferenza su Other.

Il primo presidente eletto secondo il dettato della Costituzione fu Luigi Einaudi.

Il Presidente eletto con il più ampio margine fu Sandro Pertini che, nel 1978, raggiunse l’83,6% dei consensi (ossia 832 voti su 995).

Giovanni Leone fu invece il Presidente che ottenne, nel 1971, il minor numero di consensi: il 52,0% (ossia 518 voti su 996). La sua elezione fu anche la più difficile e lunga della storia repubblicana, in quanto richiese 23 scrutini, protraendo i lavori parlamentari per quasi 25 giorni.

Antonio Segni fu il primo presidente a dimettersi anticipatamente, a causa di un ictus. Poi, Giovanni Leone (nel 1978) e Francesco Cossiga (nel 1992), lasceranno in tono polemico pochi mesi prima a causa di contrasti ed incomprensioni con il Parlamento e i media.

Enrico De Nicola è l’unico ad aver ricoperto sia l’incarico di Presidente del Senato che della Camera (quest’ultimo ruolo durante il Regno d’Italia). Ricoprì, successivamente, anche il ruolo di Presidente della Corte Costituzionale. Nella sua vita si ritrovò ad essere quindi la prima, la seconda, la terza e la quinta carica dello Stato.

Cossiga (insieme a De Nicola) ha ricoperto anche l’incarico di Presidente del Senato, mentre, sempre Enrico De Nicola, Giovanni Gronchi, Giovanni Leone, Alessandro Pertini, Oscar Luigi Scalfaro e Giorgio Napolitano ricoprirono precedentemente anche la carica di Presidente della Camera dei deputati (Cossiga, Gronchi, Leone e Scalfaro vennero eletti proprio mentre ricoprivano la carica di presidente di una delle due Camere). Giuseppe Saragat ricoprì invece la carica di Presidente dell’Assemblea Costituente.

Segni, Leone, Cossiga e Ciampi sono gli unici ad aver ricoperto la carica di Presidente del Consiglio dei ministri.

Leone e Napolitano sono, fino ad oggi, gli unici presidenti che ricoprivano già il ruolo di senatore a vita.

Un particolare curioso: fino a Napolitano, degli undici presidenti della Repubblica, la maggioranza assoluta proviene da due sole Regioni: Campania e Piemonte, Infatti sei presidenti sono nati in queste due Regioni. Einaudi, Saragat e Scalfaro in Piemonte e De Nicola, Leone e Napolitano, in Campania. Non solo, ma degli altri cinque quattro provengono da due altre Regioni (Toscana: Gronchi e Ciampi; Sardegna: Segni e Cossiga), mentre il quinto è l’unico ligure (Pertini). Particolare ancora più curioso: se consideriamo gli stati italiani preunitari, ben sei provengono dal Regno di Sardegna (Piemonte, Sardegna, Liguria), tre dalla capitale del Regno delle Due Sicilie (Napoli), due dal Granducato di Toscana.

In totale, su undici presidenti, cinque sono stati democristiani (Gronchi, Segni, Leone, Cossiga e Scalfari)

iPhone: installa applicazioni gratis senza Jailbreak

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Per chi vuole scaricare applicazioni gratis senza eseguire il jailbreak sul proprio iPhone ecco una valida alternativa proveniente dalla Cina. Le applicazioni così scaricate sono riconosciute “acquistate” ed è possibile poi fare l’aggiornamento dal AppStore del proprio IPhone. Io l’ho testato personalmente ed i risultati sono davvero sorprendenti. Non fatevi scoraggiare dal menu in cinese perchè la guida riportata in questo articolo qui sotto vi guida in maniera semplice e intuitiva.

Occorrente:

Computer Windows con iTunes;

  • Dispositivi con o senza Jailbreak (iOS 5, iOS 6, iPhone 4S, iPhone 5, iPad 3, iPad 4, iPad Mini, iPodTouch 4G, iPodTouch 5G, iPhone 4, iPhone 3GS);
  • PP25 per Windows, da scaricare e installare da QUI.

Panoramica

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L’interfaccia del programma è molto semplice in stile iTunes (purtroppo data l’origine dello sviluppo è solo in Cinese). L’immagine vi mostra quale sono le parti più importanti.

Guida

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Avviate l’eseguibile scaricato e procedete con l’installazione, basta sempre andare avanti, se il vostro Firewall o Antivirus vi chiede se il programma può ricevere e inviare connessioni ovviamente Consentite tutto.

Abilitazione del dispositivo

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Il primo passo importante prima di scaricare applicazioni è abilitare il dispositivo:

  1. Premete nella voce in rosso nella colonna sinistra (1);
  2. Premete il bottone blu (2) che avvierà un processo di pochi secondi, alla fine del processo in basso apparirà un pop-up giallo di conferma.

Bene, ora il vostro dispositivo è abilitato, siete pronti per scaricare e installare le applicazioni.

Scaricare e installare applicazioni

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Cercate l’applicazione che intendete scaricare, tramite il box in alto a destra (vasta quantità di app anche Italiane), dopo aver trovato l’applicazione desiderata andate con il mouse sull’applicazione e premete il primo bottone blu (DOWNLOAD).

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L’applicazione verrà scaricata in background, potete seguire il download premendo nella quinta voce della collonna sinistra (guardate la panoramica in alto).

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Dopo che l’applicazione è stata scaricata verrà spostata nella lista delle applicazioni scaricate (sesta voce nella colonna di sinistra, guardate la panoramica in alto). Adesso premete il bottone a destra per installare l’applicazione (il dispositivo deve essere collegato via USB, o via WiFi ma consigliamo l’USB per maggiore velocità).

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Partirà la fase di installazione (la durata dipende dal peso dell’applicazione), quando l’installazione sarà finita apparirà un pop-up giallo in basso con la scritta “Applicazione installata correttamente su nome dispositivo ed è pronta per l’uso”.

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Conclusioni

Anche questo programma funziona bene, molto più velocemente di kuaiyong e con molte funzioni in più, come il download di musica e applicazioni per dispositivi Jailbreak.

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Sopratutto integra gli aggiornamenti delle applicazioni, funzione molto utile e indispensabile.

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Alla chiusura del programma apparirà questo pop-up, da come potete vedere dallo screen le scelte sono due.

Cloud Atlas

Il risultato visivo di Cloud Atlas è maestoso, vale gli investimenti spesi e, da un certo punto di vista, la grande impresa è stata compiuta con successo.
SEI STORIE, QUALE CONNESSIONE?
L’impresa, però, non si fermava alla realizzazione di scenari magnifici, almeno per quanto riguarda le ambientazioni che li richiedevano. Infatti Cloud Atlas, adattamento dell’omonimo romanzo di David Mitchell, è il risultato di sei storie ben distinte e separate, nel tempo e nello spazio, di cui una fa quasi da cornice. Lo spettatore cercherà i nessi, sicuramente mal suggerito dagli articoli che hanno anticipato l’uscita, in cui si parlava di azioni con conseguenze decisive nel futuro ed elementi che appartengono più al mondo dei videogiochi.
La stampa italiana è disastrosa per quanto riguarda il cinema. Nei pochissimi casi in cui non avviene lo spoiler, si impone una chiave di lettura errata, la cui consequenziale delusione si riverserà sul film del tutto innocente.
I personaggi delle sei storie non hanno alcun legame, se non quello di essere interpretati da un cast polimorfico – ne parleremo a breve – e di condividere un filo conduttore: la rivolta.

Che sia il milleottocento o un lontanissimo futuro, l’indole umana resta immutata. Al centro dell’attenzione viene posta l’inevitabilità della rivolta, dell’autodeterminazione, della libertà di sé e dell’altro. Argomenti non nuovi ai Wachowski, stavolta perpetuati nell’infinità del tempo.
Grazie all’episodio di Somni-451 (Bae Doona) avviene la laicizzazione del sacrificio umano fatto per l’uomo stesso. Nessuna religione – di fatto lo diventa nel futuro di Zachry (Tom Hanks), ma viene appunto mostrata per quel che è da Meronima (Halle Berry) – nessun dogma, semplicemente l’uomo per l’uomo. L’alternarsi delle sei trame frammenta molto la visione, talvolta con brillantezza, e rende leggere quasi tre ore di spettacolo. Altra impresa riuscita, se si pensa a quanto abbiamo boccheggiato in precedenza per film di due ore scarse.
Qualcuno potrebbe non gradire lo spezzettamento. Il consiglio è di fidarsi della scelta. In caso contrario, la noia si sarebbe fatta viva subito.
CLOUD ATLAS – 6 STORIE 6 GENERI

Oltre a questo, fedelmente al romanzo, ogni storia è girata rispettando un genere. Si va dall’ucronia futuristica alla commedia, passando per il romanzo epistolare, che naturalmente sullo schermo assume aspetto diverso, e per il thriller legale. Ennesimo modo di presentare la rivolta come universale.
Agrodolce la vicenda dell’editore Cavendish, personalmente l’episodio migliore, con una strizzatina d’occhio a Qualcuno volò sul nido del cuculo e un Jim Broadbent straordinario. Diverse spanne sopra gli altri, bravissimo anche nell’interpretazione del vecchio musicista Vyvyan Ayris.

L’unico a tenergli testa è Hugo Weaving. Divertente nei panni dell’equivoca infermiera arcigna – travestirsi non è una novità per lui, Priscilla, La regina del deserto, 1994. L’ex agente Smith dà il meglio con le apparizioni del vecchio Georgie, demone fantasma, rappresentante della viltà di Zachry.
Nota dolente proprio per Tom Hanks, a tratti inadeguato per l’episodio cornice. Alcuni primi piani lo restituiscono solido allo schermo. Macchiettistico, nonostante il genere lo richieda, lo scrittore interpretato nell’episodio di Cavendish. Si riprende come medico a bordo della nave. Davvero poco considerati i due Oscar in bacheca.
Bene il resto del cast, molto ampio. Sfuggente, ma efficace Hugh Grant. Bravo.
Qualche perplessità per il trasformismo sfrenato. Soprattutto la “caucasicizzazione” di Halle Berry nei panni di Jocasta Ayrs e di Bae Doona per Tilda. Stesso discorso per Xun Zhou.

In conclusione, trattare certi argomenti senza fare retorica è impossibile. La retorica c’è, non si nega. Per fortuna è meno di quanto uno possa aspettarsi.
Unico neo, chiudere l’ultimo episodio, all’interno della cornice, con una frase pesante e inutile, in quanto spiega a parole ciò che il film ha mostrato fino a quel punto. Scherzando tra amici, la si potrebbe bollare come “citazione da Facebook”.
Tuttavia l’impresa è stata compiuta senza errori fatali, che, viste le premesse, erano dietro l’angolo.

Il robot sminatore App1802

La classe dell’IPSIA G. Ferraris 5 Elettronici 2011/12 ha vinto con il progetto App1802 il primo premio regionale del concorso ENEL PLAY ENERGY 2012 destinato alle scuole superiori. Ora si attende il risultato del piazzamento nazionale. Un riconoscimento speciale va all’alunno Luigi Aroni che ha dato anima e corpo per la realizzazione di questo progetto.

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Video del robot in azione

Seui: Su Prugadoriu – La risposta sarda alla festa di Halloween

(dal sito http://www.sardegna.blogosfere.it di Donatella Cambosu)

C’erano una volta le ricorrenza dei Santi e dei Morti, celebrate in ogni paese d’Italia e d’Europa con particolari riti, cibi, usanze. Ma un giorno arrivò Halloween, la notte delle Streghe, con le sue zucche, i folletti, le maschere da fantasma e uno spaventoso merchandising. In effetti, marketing e merchandising sono le uniche cose che rendono Halloween più intrigante degli altri tradizionali e popolari culti dei morti.

Non per i bambini sardi, però. Forse i piccoli cittadini residenti in città saranno più indirizzati a organizzare festicciole a base di zucche e dolcetti a forma di strega, ma nella maggior parte dei piccoli paesi della Sardegna la tradizione del “peti-cocone” (detto anche “su mortu mortu”) non teme il confronto con le invasioni culturali d’oltrefrontiera.

Peti-cocone, letteralmente chiedi-pane, è molto simile all’usanza del trick or treat che accompagna Halloween: piccoli gruppi di bambini in età preadolescenziale, generalmente vicini di casa, se ne vanno in giro (da soli!) con grandi sacchetti e cestini a suonare campanelli e intimare al grido di “peti-cocone!!!” l’obolo generoso dell’adulto di turno. Le case si fanno tutte, sistematicamente tutti i campanelli vengono suonati, nessuno sfugge alle piccole pesti, pronte a tutto pur di farsi dare qualcosa e spesso incapaci di indietreggiare di fronte a offerte troppo misere. Nelle case è necessario farsi trovare pronti, essersi riforniti per bene, o si verrà per sempre marchiati come tirchi.

Le origini di questa tradizione sono piuttosto remote e si ricollegano al culto dei morti: i bambini, anime pure, chiedono un’offerta per le anime dei defunti.

Oggigiorno, l’obolo è spesso costituito da caramelle e cioccolatini,  i sacchi si riempivano di melograni, castagne, noci, papassini, torroni, monete d’oro al cioccolato, mele, arance, mandarini, mandorle.  Gli usci delle case si aprivano e si veniva accolti da un tepore di caminetti accesi e un conturbante odore di mele cotogne, le signore facevano la conta dei bambini e facevano finta di non sapere chi fossero e cosa volessero, e cosa loro potessero dargli, era tutto un rituale ben collaudato che si concludeva in un trionfo di frutta, dolci e strilli di esultanza. A fine pomeriggio, si confrontava il bottino anche con gli altri gruppi di bambini, chi aveva “fatto” di più e chi meno, chi aveva il melograno più rosso, i papassini più buoni, si scambiavano cose e si stilava in leggerezza la classifica dei paesani più ricchi e dei più poveri, degli avari e dei generosi, dei belli e dei brutti, dei simpatici e degli antipatici. Una sorta di censimento emozionale.

Vuoi mettere con Halloween?

Peti-cocone, resiste in Sardegna contro ogni tentativo di deragliamento culturale ed è come una bandiera, issata contro la fagocitante mercificazione che svilisce ogni rito, usanza, tradizione, festa, emozione, momento di vita.

L’Halloween di Seui: SU PRUGADORIU

Antichissima festività che si richiama al culto delle anime, essa trova nel rito della questua alimentare l’usanza più significativa. Come ogni anno, Su Prugadoriu, costituisce un’importante occasione per presentare ai visitatori il meglio della cultura tradizionale seuese che verrà riproposta nelle sue diverse espressioni. Negli antichi “mangasinus” , che per l’occasione verranno aperti al pubblico, sarà possibile apprezzare il meglio della cucina seuese e dell’artigianato locale.

La festività sarà contornata da una serie di spettacoli e di intrattenimenti che vedranno impegnati in primo luogo il coro polifonico Ardasai e la banda musicale G. Rossini di Seui, nonché i suonatori di organetto e di launeddas che si esibiranno lungo l’intero percorso del centro storico. In sintonia col tema della ricorrenza, il teatro il Crogiuolo di Cagliari, presenterà la rappresentazione dal titolo “A duru duru”, scritto per l’occasione da Rita Atzeri.

Tra le manifestazioni culturali, ampio spazio verrà dedicato al convegno sulla “Miniera e minatori” , alle mostre fotografiche, alla presentazione di alcune novità editoriali e alla proiezione del film “I morti di Alos” del regista sardo Daniele Atzeni.

Su Prugadoriu, rappresenta inoltre un importante appuntamento per coloro che vorranno apprezzare is “Artes Antigas”, ovvero l’arte degli antichi mestieri, che verrà riproposta in loco offrendo ai presenti l’opportunità di cogliere le antiche tecniche di lavorazione artigianale, in collaborazione con l’Associazione di Promozione sociale AGUGLIASTRA.

Diversi spettacoli musicali allieteranno i due giorni di festa e sarà possibile percorrere le vie del paese bordo di un simpatico trenino. Non mancheranno ovviamente i nostri prodotti tipici tra cui culurgionis, civargeddus, civargiu