Cloud Atlas

Il risultato visivo di Cloud Atlas è maestoso, vale gli investimenti spesi e, da un certo punto di vista, la grande impresa è stata compiuta con successo.
SEI STORIE, QUALE CONNESSIONE?
L’impresa, però, non si fermava alla realizzazione di scenari magnifici, almeno per quanto riguarda le ambientazioni che li richiedevano. Infatti Cloud Atlas, adattamento dell’omonimo romanzo di David Mitchell, è il risultato di sei storie ben distinte e separate, nel tempo e nello spazio, di cui una fa quasi da cornice. Lo spettatore cercherà i nessi, sicuramente mal suggerito dagli articoli che hanno anticipato l’uscita, in cui si parlava di azioni con conseguenze decisive nel futuro ed elementi che appartengono più al mondo dei videogiochi.
La stampa italiana è disastrosa per quanto riguarda il cinema. Nei pochissimi casi in cui non avviene lo spoiler, si impone una chiave di lettura errata, la cui consequenziale delusione si riverserà sul film del tutto innocente.
I personaggi delle sei storie non hanno alcun legame, se non quello di essere interpretati da un cast polimorfico – ne parleremo a breve – e di condividere un filo conduttore: la rivolta.

Che sia il milleottocento o un lontanissimo futuro, l’indole umana resta immutata. Al centro dell’attenzione viene posta l’inevitabilità della rivolta, dell’autodeterminazione, della libertà di sé e dell’altro. Argomenti non nuovi ai Wachowski, stavolta perpetuati nell’infinità del tempo.
Grazie all’episodio di Somni-451 (Bae Doona) avviene la laicizzazione del sacrificio umano fatto per l’uomo stesso. Nessuna religione – di fatto lo diventa nel futuro di Zachry (Tom Hanks), ma viene appunto mostrata per quel che è da Meronima (Halle Berry) – nessun dogma, semplicemente l’uomo per l’uomo. L’alternarsi delle sei trame frammenta molto la visione, talvolta con brillantezza, e rende leggere quasi tre ore di spettacolo. Altra impresa riuscita, se si pensa a quanto abbiamo boccheggiato in precedenza per film di due ore scarse.
Qualcuno potrebbe non gradire lo spezzettamento. Il consiglio è di fidarsi della scelta. In caso contrario, la noia si sarebbe fatta viva subito.
CLOUD ATLAS – 6 STORIE 6 GENERI

Oltre a questo, fedelmente al romanzo, ogni storia è girata rispettando un genere. Si va dall’ucronia futuristica alla commedia, passando per il romanzo epistolare, che naturalmente sullo schermo assume aspetto diverso, e per il thriller legale. Ennesimo modo di presentare la rivolta come universale.
Agrodolce la vicenda dell’editore Cavendish, personalmente l’episodio migliore, con una strizzatina d’occhio a Qualcuno volò sul nido del cuculo e un Jim Broadbent straordinario. Diverse spanne sopra gli altri, bravissimo anche nell’interpretazione del vecchio musicista Vyvyan Ayris.

L’unico a tenergli testa è Hugo Weaving. Divertente nei panni dell’equivoca infermiera arcigna – travestirsi non è una novità per lui, Priscilla, La regina del deserto, 1994. L’ex agente Smith dà il meglio con le apparizioni del vecchio Georgie, demone fantasma, rappresentante della viltà di Zachry.
Nota dolente proprio per Tom Hanks, a tratti inadeguato per l’episodio cornice. Alcuni primi piani lo restituiscono solido allo schermo. Macchiettistico, nonostante il genere lo richieda, lo scrittore interpretato nell’episodio di Cavendish. Si riprende come medico a bordo della nave. Davvero poco considerati i due Oscar in bacheca.
Bene il resto del cast, molto ampio. Sfuggente, ma efficace Hugh Grant. Bravo.
Qualche perplessità per il trasformismo sfrenato. Soprattutto la “caucasicizzazione” di Halle Berry nei panni di Jocasta Ayrs e di Bae Doona per Tilda. Stesso discorso per Xun Zhou.

In conclusione, trattare certi argomenti senza fare retorica è impossibile. La retorica c’è, non si nega. Per fortuna è meno di quanto uno possa aspettarsi.
Unico neo, chiudere l’ultimo episodio, all’interno della cornice, con una frase pesante e inutile, in quanto spiega a parole ciò che il film ha mostrato fino a quel punto. Scherzando tra amici, la si potrebbe bollare come “citazione da Facebook”.
Tuttavia l’impresa è stata compiuta senza errori fatali, che, viste le premesse, erano dietro l’angolo.

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