Onore a Steve Jobs!!

Passerà alla storia come il pionere dell’era digitale così come Cristoforo Colombo lo fu per la scoperta del nuovo mondo!

Fondatore di Apple, ha saputo trovare la sintesi tra tecnologia e cultura pop, avvicinando la figura del “Ceo” aziendale a quella di una rockstar. Con una serie di innovazioni che hanno definito una visione, cambiato l’industria e modificato profondamente la vita delle persone, dal Mac all’iPad 

Jobs, la vita nel futuro di un'icona dell'era digitale Steve Jobs con un iPad

CUPERTINO – Anche per chi non ha a che fare con la tecnologia e i computer, il nome di Steve Jobs ha un significato. Per chiunque, è difficile non essersi imbattuti almeno una volta in uno dei prodotti della sua azienda, o in una delle tante copie più o meno riuscite. Il nome di Jobs spicca tra quello dei pionieri dell’era digitale ed è tra i protagonisti assoluti dell’industria contemporanea, e quindi dell’economia del nuovo millennio.

Le origini. Steven Paul Jobs nasce a San Francisco, il 24 febbraio del 1955, da madre americana e padre siriano, ma fu subito dato in adozione a Paul Jobs e alla moglie Clara. Dopo il diploma a Cupertino nel 72, Steve si iscrisse al college, da cui sarebbe uscito solo pochi mesi dopo. Nel 74 Jobs arriva all’Atari di Nolan Bushnell, un altro “big name” nella storia della tecnologia. E ci arriva insieme ad un amico che da lì a poco sarebbe diventato un socio importante, Steve Wozniak. Insieme lavorano sulla scheda logica di Breakout, il famoso videogioco della pallina che abbatte un muro sovrastante, respinta da una racchetta. Ma il rapporto con l’Atari dura poco, e nel 1976 è già tempo per i due Steve di fondare la Apple Computer. Dopo un anno arriva il primo prodotto, l’Apple II, con cui la startup raggiunge il primo milione di dollari e poco dopo, grazie al successo di altre versioni di quella piattaforma, l’azienda si quota in borsa.

Lisa e Mac. Siamo già negli anni 80 quando Apple, viste le ricerche e i risultati di Xerox nello sviluppo di interfacce utente basate sul sistema Wimp (Windows, Icons, Mouse, Pointer, finestre, icone, mouse e freccina), decide di investire in un prodotto informatico di massa nelle intenzioni rivoluzionario: addio tastiera e comandi scritti, ecco il mouse, menu e puntatori. Il primo risultato si chiama Apple Lisa, è un buon prodotto e ancora oggi ambito dai collezionisti. Ma non è un successo commerciale, al contrario del prodotto che ne erediterà l’impostazione, il Macintosh. Un’idea prima che un prodotto, con il focus dell’esperienza utente puntato sui documenti, e non sulle applicazioni, anticipando il “this changes everything”, lo slogan “questo cambia tutto” che Jobs l’innovatore sottoscriverà più avanti negli anni. E’ il 1984 e  il successo del Mac, che si vende bene anche grazie a interessanti opzioni di valutazione del Lisa più una piccola somma, mette il sale sulla coda a tutta l’industria. Tutti propongono sistemi con mouse e icone, Atari, Acorn, Commodore. E anche Microsoft, che nell’85 lancerà la prima versione di Windows, inguardabile, ma l’azienda di Redmond avrà tempo per riparare, e diventare il primo produttore di sistemi operativi “Wimp” del pianeta. Il Mac esce dalla nicchia, un momento che coincide con il successo personale di Jobs, ma dopo un periodo di boom, lo scenario per Steve cambia. Wozniak abbandona la Apple e John Sculley, amministratore delegato dell’azienda, allontana lo stesso Jobs a causa del progressivo calareo delle vendite del Macintosh, dovuto secondo l’ad all’interesse di Jobs per altri progetti che lo portano a trascurare il prodotto di punta di Apple.

Fuori dalla mela. Il mondo è avviato verso la sua prima rivoluzione tecnologica, e per il giovane Steve Jobs offre più di un’opportunità. La prima mela fuori da Apple che Steve decide di cogliere si chiama NeXT, una nuova azienda che Steve fonda con l’intento di creare computer di alto livello per applicazioni professionali. Il momento è ancora magico per l’hardware, ma l’universo dei Pc sta iniziando la sua espansione, che una decina d’anni più tardi diventerà totale, in ogni settore dell’informatica di consumo. I pc compatibili costano molto meno delle workstation NeXT, e possono disporre di molto più software. E quella della nuova generazione di computer del mago Steve è un’avventura che dura poco, anche se lascerà un segno rilevante, e servirà a Jobs per capire cosa mettere e cosa togliere nei prodotti. I computer NeXT montano lettori ottici e Cd-Rom in un momento in cui il mondo utilizza ancora i floppy disk da 5 pollici, e l’azienda, nonostante il flop, verrà rilevata da Apple nel1996, per oltre quattrocentotrenta milioni di dollari, tra contanti e azioni. Una mossa che anticiperà la nascita di MacOs X, il sistema operativo degli attuali Macintosh, basato sull’Os NeXTSTEP. E soprattutto, il ritorno di Steve Jobs alla Apple, due anni più tardi.
Ma prima di tornare nella Mela, che intanto sforna prodotti di livello ma decisamente di nicchia, Jobs si dedica a tutt’altro. Nel 1986 acquista dalla Luscasfilms la Pixar, un’azienda di produzione specializzata in animazione digitale. Lo sguardo lungimirante di Jobs individua in tempo una realtà produttiva che in una decade rivoluzionerà il cinema, introducendo il cartoon elettronico, e sbancando ai botteghini con Toy Story nel 1995 e poi con altri successi come A Bug’s Life, Alla ricerca di Nemo e Ratatouille.

Il ritorno alla Apple. Intanto per l’azienda della mela multicolore – così era il logo Apple negli anni 90 – gli affari non vanno un granché. Il Macintosh è un buon sistema professionale, utilizzato in ambiti editoriali e multimediali, ma non è una macchina di massa nonostante il programma di licenze: Apple aveva pensato di ripercorrere il successo dei Pc, permettendo a chiunque lo volesse di produrre cloni del Macintosh. L’antesignano dell’iPhone, il Newton, è un clamoroso flop, mentre nel 1996, la prima uscita di Apple nel mondo dei videogiochi con la console Pippin è tutto meno che un successo. E soprattutto, il sistema operativo del Mac non è al passo coi tempi, e con le architetture tecnologiche contemporanee.
Il rientro di Jobs avviene con l’acquisto della NeXT, e in poco tempo Steve riacquista il controllo della società, dopo un periodo di trascorso come consigliere personale del presidente di allora, Gil Amelio. Nella visione di Jobs, l’ambiente di sviluppo ad oggetti su cui si basavano i sistemi NeXT avrebbe dovuto diventare la base del nuovo sistema operativo del Mac. Ma mentre pensava all’interno, Jobs riprogettava il concetto stesso di computer personale, la “mission” di Apple nel mondo che si andava informatizzando a velocità di curvatura. E tagliava, tagliava, tagliava. Via il Newton, via i Mac su licenza. Il futuro da lì a poco si sarebbe chiamato MacOsX e poi Intel, ma intanto c’è da capire cosa fare con MacOs 9 e l’architettura PowerPc di Motorola. Nel 1999 arrivano allora i nuovi iMac, i primi computer colorati.
E’ la rinascita di Apple, un boom commerciale incontenibile,  il primo vero successo di mercato da lungo tempo. Ma soprattutto è il successo di un’idea: incorporare il design nelle categorie dell’hi-tech. L’iMac colorato è la dimostrazione, secondo Jobs, che la tecnologia può essere piacevole ai sensi. Questa ridefinizione delle basi sarà una delle chiavi del successo dell’azienda negli anni a seguire. Sulla scia degli iMac, buoni riscontri anche per i Mac di fascia alta, i G3 blu, i G4 grafite, e i G5 che inaugurano lo chassis metallico perforato che ancora oggi è, aggiornato, quello dei MacPro. Ma l’iMac significa anche per la prima volta nella storia di Apple, la conquista del mercato di massa. La mela-logo dell’azienda diventa monocromatica, ma i colori arrivano sulle scrivanie degli utenti. E i conti in banca dell’azienda virano nuovamente sul verde intenso.

L’ultima decennio. Gil Amelio non è più al vertice di Apple dal 1997, e sono già tre anni che Steve Jobs è tornato al comando. Il 2001 sarà l’anno di MacOs X, il sistema operativo che anima i Mac fino ai giorni nostri – è da poco stata rilasciata la nuova versione, 10.7 Lion – ma anche e soprattutto della nuova icona pop di Apple: l’iPod. All’inizio, un semplice riproduttore di musica digitale, dalle forme simili al primo Macintosh, solo tascabile. In realtà, un oggetto che apre una nuova era per l’industria musicale, quella della distribuzione via internet. Una transizione dal mondo fisico a quello impalpabile del digitale, di cui Jobs è tra i pionieri, con l’obbiettivo finale della trasformazione completa. L’iPod, iTunes e i nuovi modelli distributivi sono il meteorite che sconvolge la discografia e la obbliga ad evolvere o estinguersi. Accadranno entrambe le cose, ma intanto iPod negli anni diventa il player più venduto del mondo, così come iTunes un negozio elettronico che vende miliardi e miliardi di canzoni. Nel cui catalogo, nel 2010, finiscono anche i Beatles, dopo anni di incontri e scontri tra la Apple Computer di Jobs e la Apple Records, l’etichetta dei Fab Four. Il successo di iPod è travolgente e modifica l’essenza stessa di Apple. L’azienda guadagna e fa paura ai concorrenti. Ma nel 2003 a Steve Jobs viene diagnosticata una rara forma di cancro al pancreas, si opera e l’intervento va a buon fine. Il 2004 è un anno di recupero, e fino al 2006 i prodotti Apple sono evoluzioni di altri già introdotti. Arrivano Macbook e Mac Mini, ma la nuova pietra miliare nel calendario arriverà l’anno successivo.

L’intuizione iPhone. Nel 2007, la mela bianca non è più un’azienda che produce solo computer, e cambia ragione sociale in Apple Inc. Negli ‘anni zero’, il Macintosh ha cambiato più volte pelle, si chiama solo Mac e al suo interno non batte più un cuore Motorola, ma Intel. L’iPod è diventato un simbolo generazionale e però manca ancora qualcosa. Qualcosa che arriverà nel giugno di quell’anno e che si chiama iPhone, l’ingresso inatteso e sorprendente di Apple nel mondo dei cellulari. Che d’improvviso appaiono tutti antichi di fronte ad un oggetto a forma di piccolo monolite, completamente privo di tasti sul frontale eccetto uno, multifunzionale. E dotato di touch-screen multitocco, capacità multimediali e navigazione web. E naturalmente, di una funzione iPod. In neanche un anno, il primo iPhone nonostante il prezzo non leggero, vende qualcosa come quattro milioni di pezzi. Ne seguiranno versioni più potenti e, in termini di mercato, molto più voraci. I big della telefonia mobile entrano in crisi di fronte ad un prodotto che fa di tutto e in modo intuitivo, grazie all’interfaccia multitocco di iOs. I produttori di console per videogiochi portatili accusano il colpo, mentre iPhone e iPod divorano fette di mercato riservate da sempre ad altri blasoni del digitale.

Nel 2009, Steve Jobs ha nuovamente problemi di salute, tali da doversi assentare a lungo da Apple. Al suo posto andrà Tim Cook, e questa volta Jobs subirà un trapianto di fegato, donato da un ragazzo di venti anni morto in un incidente d’auto. Un’evenienza che farà dire a Jobs, in un keynote successivo al periodo di recupero, che “tutti dovrebbero diventare donatori di organi”.

E mentre iPhone vende milioni di unità, al quartier generale di Apple a Cupertino si pensa già alla data del 27 gennaio 2010. Quella in cui verrà presentato l’iPad, il nuovo arrivato nella famiglia dei dispositivi iOs. Quando Jobs arriva sul palco il giorno del lancio, cita Mark Twain con la frase “Le indiscrezioni riguardo la mia morte sono decisamente esagerate”. E poi mostra al mondo un tablet con schermo a colori multitouch e capacità elaborative interessanti, che di fatto crea una nuova categoria di prodotti di consumo. Oltre a generare isterie collettive negli Apple Store di tutto il mondo. La tavoletta magica è un successo immediato, si vende a milioni e porta in dote migliaia di applicazioni a pagamento, che portano i numeri dell’App Store, il negozio di software per iPhone e iPad, a cifre stellari. Il Financial Times nomina Jobs uomo dell’anno. Ma Il 17 gennaio del 2011, Steve annuncia per la seconda volta 1 la necessità di assentarsi per problemi di salute. Indiscrezioni e foto rubate gli danno poche settimane di vita. Ma ancora una volta, alla presentazione del nuovo iPad 2, il 2 marzo 2011, Steve Jobs stupisce il mondo e i mercati, presentandosi personalmente con la nuova versione del tablet in mano. Stavolta nessuna citazione famosa, nessuna battuta. Della salute non si parla.

Se ne parlerà però il 25 agosto dello stesso anno, in cui Steve scrive una lettera all’azienda 2, rimbalzata in un istante in tutto il mondo. “Sfortunatamente è arrivato il giorno in cui non posso più far fronte ai miei impegni”, scrive Jobs. Un commiato essenziale, per una delle menti più visionarie e innovative dell’era contemporanea. Quella di un uomo la cui opera di creazione, sintesi e comunicazione ha contribuito a formare e far evolvere una parte dei pensieri, dei linguaggi e degli strumenti che sognavamo ieri e usiamo oggi per creare un domani. E che ha arricchito la nostra identità umana di possibilità digitali.

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